24 dic 2017

Recensione di “Caravaggio. Natività” con un testo di Andrea Camilleri, di Michele Cuppone (su ArtsLife)



Rischia di passare quasi inosservato, tra gli scaffali delle librerie per il formato tascabile e il volume snello, “Caravaggio. Natività” a cura di Filippo Maria Ferro. Edito da Interlinea, l’uscita inaugura la collana “Nativitas” e per questo non poteva andare in stampa in un periodo migliore dell’anno. 
In rare occasioni il critico, cresciuto sotto l’ala di Giovanni Testori, si era dedicato a Merisi. Da ultimo, lo aveva fatto nella prefazione al volume di Franco Moro sui presunti 69 nuovi Caravaggio, che Ferro chiudeva accogliendo la discussa Giuditta trovata di recente in una soffitta a Tolosa. Oggi, l’autore sposta la sua attenzione sull’ultimo, travagliato tempo dell’artista, nel suo costante peregrinare nel Meridione. E si concentra in particolare sul tema della Natività che il pittore affrontò un paio di volte, nell’Adorazione dei pastori (1608-09) di Messina e nella Natività con i santi Lorenzo e Francesco trafugata nel 1969 a Palermo e finita nelle mani della mafia. 
Quest’ultima, dipinta in anni precedenti, vale a dire a Roma (1600) stando alle ultime ricerche. Sarebbe invece napoletana (1606-07) per Ferro, che così recupera, non citando (come accade altrove nel testo) o forse ignorando un’ipotesi di metà Novecento. A ogni modo, per la tela scomparsa lo studioso ammette la genesi romana sulla base di un documento del 1600; ma un’esecuzione appunto più tarda, incompatibile però con lo stesso documento, dove il quadro risulta consegnato nello stesso 1600. 
Comunque non sono le questioni cronologiche, pur avvincenti e affrontate in più passaggi, il cuore del libriccino. Di appena 60 pagine, nelle quali peraltro trova spazio la ripubblicazione di estratti da Andrea Camilleri (unico nome in copertina) e da Renato Guttuso. Del primo, si riportano frammenti da “Il colore del sole”, una sorta di diario siciliano immaginario di Merisi. Del secondo, si attinge da un saggio che rifletteva su Caravaggio come anti accademico e pittore della realtà.
Di suo, il curatore offre un testo che si apprezza per scorrevolezza e taglio narrativo, e che va oltre il mero racconto biografico. Non solo in senso letterale, nel raccontare il ‘dopo Caravaggio’, tra “riverberi napoletani” ed “eredità siciliane” della lezione del maestro. Ma anche per la sensibilità non comune, che si percepisce nel linguaggio e in una certa dote introspettiva, discendente dal fatto che Ferro è persona che eccelle in più campi (insigne psichiatra, oltre che storico dell’arte). È così che si immagina che il lettore si sentirà catturato di pagina in pagina, benché questo piacevole ‘viaggio’ abbia breve durata. 
Chiudono il libro le schede delle due Natività e della copia di quella palermitana – cui ora va ad aggiungersi un’altra copia ancora, nota da una foto di Roberto Longhi e appartenuta al gerarca fascista Luigi Federzoni, pubblicata in queste stesse settimane sulla rivista scientifica “Valori Tattili”. L’autore non manca infine di sottolineare – e bene fa – la fortuna di aver visto in gioventù l’originale, prima del furto. Una ferita mai sanata, ma da cui far nascere una volontà di riscatto e un messaggio di speranza. E proprio ora, più che mai, è tempo di rinascita e di rinnovamento.

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