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01 dic 2016

"Un viaggio multisensoriale nel Seppellimento di Santa Lucia", a Siracusa dal 2 al 21 dicembre



L’installazione “Un viaggio multisensoriale nel Seppellimento di Santa Lucia - Le voci, i suoni e le atmosfere nell’opera di Caravaggio”, a cura di Innovative Art Network e con la partecipazione di Michele Cuppone per la scheda critica del dipinto, verrà riproposta temporaneamente al pubblico, in forma completa e gratuita, dal 2 al 21 Dicembre presso una sala dedicata all’interno della Galleria Regionale di Palazzo Bellomo di Siracusa, in occasione della manifestazione “I Colori del Sacro” indetta per l’anno 2016 dalla Deputazione della Cappella di Santa Lucia.

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22 nov 2016

"Novità caravaggesche: per la Giuditta romana e per quella di Tolosa", di Federico Diamanti Giannini


Un documento del 1602, riferito a un dipinto di Caravaggio (Milano, 1571 - Porto Ercole, 1610), ci informa del fatto che il grande pittore lombardo aveva ricevuto "dal Ill.re sr. Ottavio Costa a bon conto d’un quadro ch’io gli dipingo venti schudi di moneta questo dì 21 maggio 1602". Non si è mai saputo con sicurezza quale fosse però il “quadro” citato nella nota, ma dal momento che un inventario del 1639 dei beni del banchiere genovese Ottavio Costa elenca, tra gli altri, un dipinto di Caravaggio raffigurante un san Giovanni Battista nel deserto, si pensava che oggetto del contratto fosse l’opera oggi conservata presso il Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City (appunto, il San Giovanni Battista). Contro questa ipotesi è arrivato però uno studio recente, proposto dal caravaggista Michele Cuppone, che trova riscontri in paralleli studi di Gianni Papi e Rossella Vodret e che ha già ricevuto il consenso di Nicola Spinosa e di Clovis Whitfield, e che è stato presentato nel corso di un convegno su Caravaggio (Caravaggio e i suoi) tenutosi il mese scorso a Monte Santa Maria Tiberina (gli atti saranno pubblicati l’anno prossimo). Secondo lo studio di Cuppone, il dipinto a cui si riferisce il documento sarebbe in realtà la Giuditta della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma.
Come si è arrivati a tale conclusione? Un precedente studio dello stesso Cuppone aveva anticipato la datazione della celebre Natività di Caravaggio un tempo conservata presso l’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, quindi trafugata e oggi considerata perduta. Non più un quadro del 1609, come si credeva: troppe le differenze stilistiche rispetto ai dipinti del periodo siciliano per pensare che anche la Natività fosse stata dipinta negli ultimi anni della carriera di Michelangelo Merisi. Viceversa, lo studioso ha riscontrato analogie con i dipinti dei primi del Seicento, per esempio quelli realizzati per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma. Un paio di esempi, come la posa di san Lorenzo che somiglia a quello del giovane a capotavola nella Vocazione di san Matteo e quella del san Giuseppe che è identica a quella del soldato che compare nella volta della cappella, affrescata dal Cavalier d’Arpino, sembrano avallare l’ipotesi. Queste somiglianze, punto di partenza cui si sono aggiunte prove di carattere stilistico, diagnostico e soprattutto documentario, hanno indotto Cuppone a retrodatare la Natività di Palermo al 1600, ovvero al periodo in cui furono realizzati i dipinti per la Cappella Contarelli, che risalgono al 1599-1602.
Bene: se si osservano i volti della Vergine della Natività palermitana e della Giuditta di Palazzo Barberini, si può facilmente notare come la modella che ha posato per i dipinti sia la stessa. Tutti i connotati corrispondono: le spigolosità del naso, il taglio degli occhi, la forma della fronte. Addirittura la pettinatura è del tutto identica. Il punto, tuttavia, è che l’uso della luce, nella Giuditta romana, appare molto più sapiente rispetto a quello della Natività. I passaggi sono più graduali, la luce modella meglio le forme dei personaggi, gli effetti luministici che si intravedono su certi dettagli appaiono più studiati. Non bisogna poi dimenticare che la grande drammaticità della Giuditta non ha eguali nei dipinti che Caravaggio realizzò tra il 1599 (anno a cui la Giuditta veniva in precedenza riferita) e il 1602, anno in cui l’artista termina il ciclo della Cappella Contarelli dipingendo il San Matteo e l’angelo. Spostando quindi la datazione della Giuditta più avanti nel tempo, sembra ragionevole ipotizzare che il Giovanni Battista di Kansas City, dipinto più maturo, databile al 1604 circa (si pensava, sulla base del documento che attesta la ricezione di un acconto per il dipinto destinato a Ottavio Costa, che Michelangelo Merisi avesse terminato l’opera in un momento successivo) non sia il “quadro” a cui si riferisce il documento, nel quale invece si parlerebbe della Giuditta, anch’essa anticamente in collezione Costa.
Sono particolari che apparentemente potrebbero sembrare dettagli di questioni accademiche, materia per studiosi che difficilmente potrebbe trovare spazio in un blog dedito alla divulgazione. E ovviamente si tratta di ipotesi che dovranno essere sottoposte al vaglio della comunità scientifica. Ma in realtà c’è da sottolineare come i nuovi studi servano per ristabilire una corretta cronologia della produzione caravaggesca, con tutto ciò che ne consegue (apertura di nuovi punti di vista su dipinti già studiati, inquadramento più coerente delle varie fasi della carriera di Caravaggio e, ovviamente, della sua arte, informazioni più precise in vista dell’organizzazione di nuove mostre, e così via). E poi, le osservazioni di Michele Cuppone si legano a un fatto di stringente attualità, ovvero il dibattito sull’attribuzione della Giuditta recentemente ritrovata a Tolosa e che taluni vorrebbero ascrivere alla mano di Caravaggio. Nello studio di Cuppone si legge come la datazione più tarda della Giuditta dipinta per Ottavio Costa possa spiegare meglio il rapporto con la perduta Giuditta che Caravaggio dipinse a Napoli e la cui iconografia non è nota se non grazie a un paio di dipinti che la critica ha identificato per lo più come copie dell’originale caravaggesco: uno, di proprietà di Intesa-San Paolo, è conservato a Napoli, a Palazzo Zevallos, e l’altro è il dipinto di Tolosa di cui si diceva [...]

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"Caravaggio: Fashion & Fabrics", mostra a Londra fino al 31 gennaio



Dal 3 ottobre 2016 fino al 31 gennaio 2017, è aperta a Londra, presso il Museo dell'Ordine di San Giovanni, situato nel quartiere di Clerkenwell, la mostra: Caravaggio: Fashion & Fabrics, a cura di Francesco Gonzales, Tom Foakes e Flavia Fiori. Un progetto realizzato grazie al contributo della Fondazione di Sir Denis Mahon, l’ATL della Provincia di Novara, il progetto Città e Cattedrali (all’interno del progetto di valorizzazione del quadrante Nord –Est MISERERE MEI), la Confartigianato – Novara e la prestigiosa ditta di tessuti Rubelli di Venezia.
Una mostra incentrata sul confronto tra tessuti ed alcuni dipinti di Caravaggio. I preziosi pezzi esposti sono tessuti antichi per la prima volta esposti nel Regno Unito e provenienti dal Museo d’Arte Sacra Mozzetti di Oleggio, da alcune parrocchie della Diocesi di Novara e dalla collezione Rubelli di Venezia. Paramenti sacri: pianete, piviali, veli da calice ed un prezioso abito “scamiciato” ritrovato sotto il simulacro della Madonna del Rosario a Oleggio.
I paramenti in mostra sono realizzati con tessuti contemporanei a quelli descritti da Caravaggio in diverse sue composizioni databili verso la fine del XVI secolo, come I Bari, la Buona Ventura, La Maddalena penitente ed altri, e permettono quasi di “riportare in vita” i dipinti stessi, consentendo allo spettatore di fare confronti visivi tra l’oggetto e la sua rappresentazione pittorica grazie anche al pregevole catalogo edito da Silvana editoriale.
Nell’allestimento i paramenti e i tessuti antichi, a confronto con i Bari già della Collezione Mahon, aiutano il visitatore a comprendere le abilità dell'artista nel catturare la lucentezza del tessuto, il modello della tessitura, e la ricchezza del colore e la foggia delle vesti.
Presso il Museo londinese è conservata una versione de I Bari, riscoperta nel 2006 da Sir Denis Mahon ed identificata, dopo un approfondito studio e ad analisi scientifiche, con una versione precedente al dipinto conservato a Fort Woth, realizzata per il cardinale Del Monte. Il dipinto è stato studiato da importanti storici dell’arte tra cui Mina Gregori, Maurizio Marini, Antonio Paolucci, Daniele Benati, Thomas Schneider, ed altri.
Caravaggio è legato da un rapporto speciale con l'Ordine di San Giovanni. La sua vita turbolenta, l’innovazione stilistica, e il corpus limitato di opere, gli hanno fatto guadagnare una posizione di rilievo nel panorama della storia dell'arte. Anche se mancava la nobile nascita, che era al tempo una condizione indispensabile per l'adesione all’Ordine, egli venne comunque accettato nell'Ordine sulla base della sua reputazione artistica, assicurandosi così commissioni importanti e la protezione dell'Ordine sull'isola di Malta dopo la fuga da Roma a seguito dell’uccisione in duello di Ranuccio Tomassoni.
Il Museo dell'Ordine di San Giovanni di Londra racconta questa storia. Cominciando con le Crociate, e continuando con le rivolte e le rivoluzioni, la guerra e la pace, la storia dell'Ordine attraversa i secoli e mostra come abbia mantenuto il suo ruolo assistenziale sino ai giorni nostri, lavorando in tutto il mondo in numerosi progetti umanitari.
Il museo è gratuito ed è aperto dalle 10 alle 17.00, dal Lunedi al Sabato; visite guidate si svolgono il martedì, il venerdì e il sabato alle 11 e 14.30. Si prega di consultare il sito per i dettagli: http://museumstjohn.org.uk.

Fonte: Cittaecattedrali.it

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14 nov 2016

Disponibile online il saggio di Nicola Spinosa "Attorno a Caravaggio: una questione di attribuzione"


Disponibile in cartella stampa sul sito della Pinacoteca di Brera (area "Press kit", previa registrazione) il saggio di Nicola Spinosa Attorno a Caravaggio: una questione di attribuzione, dall'omonimo catalogo della mostra (senza immagini né bibliografia estesa).
Lo studioso presenta la sua proposta di attribuzione a Caravaggio della Giuditta e Oloferne recentemente rinvenuta in Francia, legandola agli altri dipinti esposti. Dà conto inoltre di altre versioni dello stesso soggetto dipinte da Michelangelo Merisi e seguaci. Infine, accogliendo recenti studi, rivede alcune cronologie caravaggesche (sulla Giuditta di Palazzo Barberini, la Madonna del Rosario e la Maddalena in estasi).

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13 nov 2016

"Caravaggio: a tu per tu con Rossella Vodret", di Consuelo Lollobrigida

Nei due recenti volumi "Caravaggio. Opere a Roma" si analizzano in modo esaustivo le tecniche compositive adoperate dal genio lombardo. L'importanza delle indagini diagnostiche ed una risposta a Clovis Whitfield (a cura di Consuelo Lollobrigida)


Nella ormai sterminata (ma non sempre utile) letteratura caravaggesca, va accolta con decisa attenzione l’ultima imponente pubblicazione Caravaggio. Opere a Roma. Tecnica e stile (I, II), curata da Rossella Vodret, in collaborazione con Giorgio Leone, Marco Cardinali, Maria Beatrice de Ruggieri, Giulia Silvia Ghia, per i tipi della Silvana Editoriale. I due volumi, di cui si compone quest’opera, si propongono l’obiettivo di mettere finalmente nella giusta luce i modi pittorici dell’artista lombardo attraverso accurate indagini delle ventidue opere certamente autografe conservate a Roma
Il primo volume costituisce un repertorio aggiornato di alcuni temi cruciali approfonditi in una serie di saggi ed affrontano il percorso artistico, le complesse interpretazioni della critica, lo stato di conservazione, le più aggiornate tecniche di indagine. 
Il secondo volume, dedicato alle schede di ventidue dipinti, propone, in un ideale percorso a ritroso, un affascinante viaggio che dalle superfici ci conduce fino agli strati nascosti dei dipinti, mediante le indagini all’infrarosso e le radiografie, le immagini ravvicinate con le macrofotografie e le indagini stratigrafiche sulla materia. 
La recensione del libro, in realtà un vero ‘piccolo saggio’ elaborato da Clovis Whitfield (cfr http://news-art.it/news/caravaggio-opere-a-roma---l-ultimo-repertorio-delle-opere.htm) e pubblicato da News-Art poco tempo fa, pur riconoscendone la valenza, ha messo in evidenza quelle che a parere dello studioso britannico appaiono delle criticità nell’opera; un parere che in ogni caso s’inserisce nell’ampio ambito degli studi sul fenomeno del caravaggismo – a cui del resto da tempo tanto gli autori che il recensore partecipano – arricchendone indubbiamente la conoscenza. Per questi motivi siamo andati a trovare Rossella Vodret per capire meglio, in una cortese ed interessante conversazione, la genesi dell'opera, le scoperte realizzate in corso d'opera, gli sviluppi che potrebbero avere. 

D. Qual è stata la sua prima reazione alla lettura del testo di Whitfiled? 
R. Mi sono sentita lusingata della corposa recensione di Clovis, che mette insieme il punto di vista di un antiquario e quello di uno storico. Nella sua attenta analisi di tanti particolari dell’opera, gli sfugge, però, il senso generale. Mi sembra che non abbia per esempio capito che abbiamo studiato solo le ventidue opere autografe ancora presenti sul territorio romano, non tutte le opere realizzate da Caravaggio a Roma.
D. Questo progetto nasce durante la sua carica di Soprintendente di Roma? 
R. In parte. Il primo passo fu mosso nel 2009 quando fu istituito il Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Quarto Centenario della Morte del Caravaggio 1571-1610, presieduto da Maurizio Calvesi, ma proseguito e completato durante i miei anni alla dirigenza del Polo Romano con la stretta collaborazione dell'ICR (ora Istituto superiore per la Conservazione e Restauro). Il lavoro è stato concluso grazie alla disponibilità di Daniela Porro che, dal 2012, mi ha sostituito nella direzione del Polo. Non possiamo dimenticare che uno dei tre compiti istituzionali del Ministero sia proprio quello della conservazione. Cosa meglio di una ricerca così accurata per conoscere, e quindi conservare, le opere di questo straordinario pittore? Tutte le opere originali romane riferibili con certezza a Caravaggio sono state sottoposte ad accuratissime indagini e i risultati, oggi, sono a disposizione della comunità scientifica internazionale. Anche per questo ho voluto che i due volumi fossero scritti in italiano e in inglese
D. Proprio in riferimento all’internazionalità del lavoro, Whitfield sostiene che la bibliografia sia poco curata e che non si siano presi in considerazione gli ultimi studi. 
R. Abbiamo preso in esame tutta la bibliografia fondamentale, naturalmente selezionando i contributi più importanti, vista la sterminata bibliografia che oggi abbiamo su Caravaggio. Forse il ritardo nella stampa ha fatto sì che qualcosa si sia tralasciata, ma certamente nulla di essenziale. Basta vedere il secondo volume. Ogni opera si compone di tre schede: una scheda storico-artistica; una tecnico-esecutiva; e una conservativa perché non si può non tener conto dello stato di conservazione delle opere per studiarne la tecnica. Un’analisi così approfondita non era mai stata fatta: ora abbiamo dati sicuri su cui basarsi; abbiamo posto le basi per lo studio sulla tecnica esecutiva di Caravaggio [...]